Blog — Pagina 54 di 55 — Spotted Vesuviana

  • segnalazioni ritardi poggiomarino sarno

    Segnalazioni Ritardi della CircumVesuviana Poggiomarino/Sarno

    Gruppo Telegram sui ritardi della circumvesuviana Linea Napoli – Poggiomarino Spesso siamo costretti ad aspettare diversi minuti e/o entrare in treni affollati.Il mondo delle segnalazioni di Spotted Vesuviana consente di migliorare il tuo stato d’ansia e magari permetterti un viaggio migliore. L’obiettivo è aiutare il prossimo. Più aumentano i membri e più aumentano le informazioni. Ci affidiamo a Telegram perché tutela meglio la privacy, dal momento che non compare il numero di telefono dell’utente, ma solo il suo nick.

  • Sorrento - spotted vesuviana

    Segnalazioni Ritardi della CircumVesuviana Sorrento

    Gruppo Telegram sui ritardi della circumvesuviana Linea Napoli – Sorrento Spesso siamo costretti ad aspettare diversi minuti e/o entrare in treni affollati. Il mondo delle segnalazioni di Spotted Vesuviana consente di migliorare il tuo stato d’ansia e magari permetterti un viaggio migliore. L’obiettivo è aiutare il prossimo. Più aumentano i membri e più aumentano le informazioni. Ci affidiamo a Telegram perché tutela meglio la privacy, dal momento che non compare il numero di telefono dell’utente, ma solo il suo nick.

  • Treno circumvesuviana

    L’amore ai tempi di spotted

    Immaginate un mondo senza Internet. Un mondo senza email, senza social networks, senza Amazon. Tutte le cose che oggi ci sembrano semplicissime, come ad esempio prenotare un volo o una camera di hotel, dovrebbero essere svolte di persona o per telefono. Immaginare un mondo senza internet, insomma, significherebbe tornare indietro di trent’anni.

  • Evento spotted scavi ercolano

    Evento – Scavi di Ercolano

    Amanti dell’arte, dell’archeologia e delle passeggiate in compagnia, sapete che gran parte dei luoghi di interesse culturale della Campania è raggiungibile con i mezzi pubblici? Spotted ‘Vesuviana vi invita a passare una giornata in piacevole compagnia in occasione dell’iniziativa la Domenica al museo del MIBACT. La prima tappa sarà il parco archeologico di Ercolano, facilmente raggiungibile con il nostro treno preferito.Appuntamento domenica 3 marzo presso la stazione di Ercolano scavi alle ore 10:30 per recarci insieme al parco archeologico. Come previsto dall’iniziativa, l’ingresso al sito è gratuito. Nota Bene: Questa campagna di sensibilizzazione non garantisce la presenza di materiale rotabile, ma incentiva l’uso dei mezzi pubblici per passare una giornata all’insegna dell’arte e in buona compagnia.

  • Portici bellavista circumvesuviana

    Bellavista – Portici Bellavista

    Ci eravamo lasciati a Cavalli di Bronzo, con i suoi inaspettati rimandi russi e la sua galleria pronta ad inghiottirci per portarci alla successiva fermata: Portici Bellavista. Alla fermata, la stazione è pronta ad accoglierci con il trucco appena rifatto, dato che si è appena conclusa una corposa opera di restyling la quale, oltre alle significative misure di manutenzione straordinaria, ha previsto anche una nuova linea estetica grazie al coinvolgimento di Inward, l’Osservatorio sulla Creatività Urbana,[1] e alla mano (e al talento) di Mattia Campo dell’Orto. [2] L’obiettivo Obiettivo del restyling è ovviamente quello di riportare in auge la stazione storica di una città di capitale importanza nello sviluppo del sistema ferroviario italiano, attraverso uno strumento estremamente moderno e potente quale la street art e una rilettura in chiave simbolica degli elementi portanti della lunga epopea del treno: il viaggio e la fortuna. Il Viaggiatore che non ha mai visitato Portici dovrebbe a questo punto risalire sul piano stradale, fare alcuni passi verso via Diaz e fermarsi all’incrocio, guardare a sinistra e poi a destra e, infine, capirebbe. Capirebbe la bellezza senza tempo di una piccola terrazza sul golfo, sovrastatata da quel piccolo gigante del Vesuvio, talmente vicino che sembra quasi possibilie toccarlo o contargli gli alberi. Verso il mare Oppure, verso sera, scendere verso il Granatello, il nostro storico porticciolo settecentesco, prendersi una birra tra i tanti locali della zona e camminare sulla strada superiore verso il faro, ammirando il tramonto sulle luci di Napoli, Sorrento in lontananza e Capri e Ischia, e a far da testimone l’onniprosente Vesuvio che svetta sulla villa d’Elbouef. Oppure, verso sera, scendere verso il Granatello, il nostro storico porticciolo settecentesco, prendersi una birra tra i tanti locali della zona e camminare sulla strada superiore verso il faro, ammirando il tramonto sulle luci di Napoli, Sorrento in lontananza e Capri e Ischia, e a far da testimone l’onniprosente Vesuvio che svetta sulla villa d’Elbouef. La storia della ferrovia Ma Portici non è solo panorami e passeggiate, tra saliscendi che farebbero la gioia dei ciclisti, ma anche storia, cultura e tradizione. Nella storia della circumvesuviana Portici ha senz’altro un posto di fondamentale importanza, dal momento che è proprio qui che l’ormai secolare opera ferroviaria italiana prese avvio con la celebre tratta Napoli-Portici del 1839. Si trattò di un’opera rivoluzionaria, voluta in primis per rendere più agevole il trasferimento del sovrano Ferdinando II e della corte tra le rispettive residenze estive e la capitale (cosa sarebbe l’umanità senza la pigrizia?), intuendo al tempo stesso le potenzialità delle strade ferrate. Quel passato è custodito dal Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa,[3] i cui padiglioni, tra i molteplici frammenti del nostro passato ferroviario, ospitano una ricostruzione storica del primo convoglio della Napoli-Portici nonché la carrozza-salone del treno dei Savoia. Ma il glorioso passato di Portici è evidente anche grazie alla sua Reggia, che ora ospita la Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, il Bosco Reale e il giardino botanico, nonché la villa d’Elbouef (ora sotto restauro) le numerose ville del Miglio d’Oro, come Villa Savonarola, Villa Fernandes o Palazzo Mascabruno, al cui interno contiene il Galoppatoio Reale, primo esempio di galoppatoio al coperto in Europa (il secondo è a Vienna). Il feudo Ma andando indietro nel tempo, come non evidenziare che nel 1699 i cittadini di Portici, insieme ad esempio unico nell’Italia meridionale di emancipazione dal vincolo feudale.[4]Oppure, il ruolo di Portici nella parentesi della Repubblica napoletana un secolo dopo quando, il 13 giugno 1799, le truppe realiste riuscivano ad impadronirsi del forte del Granatello per poi preparasi all’attacco decisivo verso Napoli.[5] Tra le varie leggende popolari, tra l’altro, si dice che i morti della battaglia infestino ancora molti dei palazzi e ville, come Villa Aversa, Palazzo Lauro Lancellotti o Villa Maltese.[6] A proposito di tradizioni, invece, spicca la devozione per il patrono della città, San Ciro, festeggiato in due occasioni, ossia il 31 gennaio e la prima domenica di maggio, occasione quest’ultima in cui si tiene una solenne processione e la statua del santo viene portata a spalla per le strade della città da decine di portantini e dalle varie Arciconfraternite religiose, tra drappi e stendardi. Riflessione Insomma, Portici è un luogo ricco di importantissimi riferimenti culturali, centrali nello sviluppo della nostra storia e identità napoletana, che aspettano solo di essere visitati. [1] Interessante la stesura della mappa del writing a Napoli: http://www.inward.it/attivita/mappa-del-writing-a-napoli. [2] http://www.inward.it/attivita/lopera-di-mattia-campo-dallorto-a-portici [3] http://www.museopietrarsa.it/ [4] Vorrei ringraziare lo studioso, nonché amico, Gianluca Mazzei per la sua inestimabile opera divulgativa. [5] https://cronologia.leonardo.it/storia/a1799h.htm [6] http://www.lospeakerscorner.eu/i-fantasmi-di-portici/

  • I murales – San Giorgio a Cremano

    San Giorgio a Cremano. Sono passati circa dieci minuti dalla nostra partenza da Piazza Garibaldi, ovviamente salvo imprevisti dovuti alla proverbiale quanto imprevista assenza di materiale rotabile, ed ecco che le porte della nostra Vesuviana si fermano a San Giorgio a Cremano. Personalmente la ricordo come un incubo, per me pendolare verso Napoli: dopo essere riuscito a conquistare un posto nei corridoi a Portici, magari trovando l’incastro perfetto vicino al finestrino o indovinando la carrozza meno affollata combinando teoria dei giochi e statistica, puntualmente tutte le mie conquiste territoriali venivano vanificate dalla fiumana di persone che salivano a San Giorgio. Veramente frustrante. Normale affluenza di pendolari sangiorgesi in attesa del treno verso Napoli. Usciti dalla stazione, finalmente superiamo le virtuali mura di Napoli per avvicinarci al cuore del Miglio d’Oro e alle pendici del nostro vulcano preferito, ormai non più semplice simbolo da cartolina ma presenza quasi tangibile: anche se in realtà non è poi imponente, per noi che abitiamo alle sue pendici il Vesuvio è una vera e propria montagna torreggiante, cosi imperiosa, così… intima e così minacciosa ma al tempo stesso rassicurante. Così vicina da poterne distinguere i boschi (o meglio quello che ne è rimasto dopo gli incendi criminali dell’estate 2017); così vicina da ricordarci la nostra intelligenza nel realizzare veri e propri buchi neri abitativi a distanza di uno sputo dal Giorno del Giudizio. San Giorgio a Cremano risulta il terzo comune italiano per densità abitativa, in un podio purtroppo tutto napoletano, a testimonianza di quella longa manus edilizia che, dagli anni Sessanta, ha speculato senza ritegno nell’ambito di quella “sinergia” perversa tra Governo centrale, enti locali e camorra finalizzata alla lottizzazione delle risorse pubbliche per la costruzione del loro consenso elettorale. Comunque sia, nonostante lo squilibrio abitativo dei nostri tempi, San Giorgio a Cremano rimane una cittadina ordinata e gradevole, soprattutto impreziosita da una miriade di ville settecentesche nell’ambito di quello che potremmo chiamare il Miglio d’Oro “allargato”. In origine, infatti, il famoso Miglio d’Oro comprendeva solo quel miglio della vecchia Strada regia delle Calabrie, costellato di dorati agrumeti, che da Ercolano arrivava a Torre del Greco. Oggi è diventata il vero e proprio centro culturale di San Giorgio a Cremano tanto da essere conosciuta come il Palazzo della cultura vesuviana, ospitando concerti, manifestazioni, la biblioteca comunale e il premio Troisi dedicato ai giovani comici. A tal proposito, per chi non lo sapesse, San Giorgio a Cremano è anche la città natale di Massimo Troisi, una dei più amati e indimenticati volti del panorama culturale napoletano. Personalmente adoro la sua comicità fatta di tentennamenti, di incertezze, di timidezza ma anche di una certa dose di ingenua furbizia. Adoro la sua traboccante napoletanità, così forte grazie all’uso imperterrito della lingua napoletana (“io penso, io sogno in napoletano!”), e al suo saper disinnescare, con grande ironia, i continui luoghi comuni su Napoli e i napoletani. Successivamente questa definizione si è estesa impropriamente fino a comprendere anche Portici e San Giorgio nonché i quartieri di Barra e S. Giovanni a Teduccio, in quanto accomunati da una straordinaria concentrazione di raffinate ville e giardini rococò e neoclassici, frutto della decisione della nobilità napoletana di trasfersirsi vicino alla residenza estiva porticese di Carlo di Borbone, vuoi per il disinteressato piacere della sua vicinanza, vuoi per il fascino dell’antichità con gli allora recentissimi scavi di Ercolano. Tra le circa trenta ville sangiorgesi, una delle più importanti ed imponenti è Villa Vannucchi, la cui storia è alquanto particolare: da punto di riferimento per la nobiltà napoletana ai tempi di Gioacchino Murat, all’epoca ritrovo di feste, ricevimenti e scialacquamienti, a orto abusivo fino al restauro del 2006-2009, ad opera del Comune di San Giorgio, che l’ha riportata al suo antico splendore. Un’altra delle principali ville sangiorgesi, invece, è sicuramente Villa Bruno la quale, oltre alla ricchezza artistica ed architettonica, data la presenza di stili che vanno dal barocco al rococò al neoclassico, o all’utilizzo di diversi materiali vulcanici – tra cui spicca il tufo giallo napoletano –, ha ospitato anche la fonderia Righetti, celebre per aver fuso le due statue equestri di Carlo III di Spagna e di Ferdinando I delle Due Sicilie, oggi collocate in piazza Plebiscito a Napoli. Ed è a lui e ad un altro grande sangiorgese, Alighiero Noschese, che è stato dedicato il bellissimo murale all’interno della stazione, realizzato dagli artisti Rosk&Loste su iniziativa del sindaco Giorgio Zinno ed interamente finanziato dall’EAV di De Gregorio, nell’ambito dell’apertura delle sue stazioni alla street art. Anche chi scrive crede fortemente nelle potenzialità della street art nel valorizzare il paesaggio e le strutture urbane, in quanto rappresenta concretamente l’anello di congiunzione tra la città e le sub-culture da essa create, attingendo al nostro immaginario culturale ed esaltando al tempo stesso la creatività e modalità di espressione fuori dagli schemi. E cercando di rendere più nostri e più vicini gli spazi urbani. Purtroppo l’opera, come successo al murale di Totò a Piazza Garibaldi, che voleva non solo abbellire la struttura ma regalare il primo sorriso della giornata a tutti i passeggeri richiamando alla memoria due grandi della comicità nostrana, è stata vittima di un vero e proprio raid criminale che ne ha deturpato la bellezza, fortunatamente solo temporaneamente grazie ad un pronto intervento di ripristino. In questo modo, la difesa di un semplice murale, voluto fortemente per valorizzare alcuni dei simboli della nostra identità, si inserisce in una vera e propria guerra di civiltà contro i “nuovi” barbari in difesa di ciò che è nostro.

  • I pirati della circumvesuviana

    Entrata free – Santa Maria del pozzo

    Avrò preso la Vesuviana a Santa Maria del Pozzo pochissime volte, forse si contano sulle dita di una sola mano, ma ricordo ancora vividamente l’ansia che mi assaliva ogni volta nel ritrovarmi, ragazzino timido ed esile, da solo lungo quei binari, aspettando impazientemente quel maledetto treno che non arrivava. Perché ogni minimo fruscio, ogni accenno di rumore poteva essere il preludio di un amichevole incontro con un simpatico pyramid head di silenthilliana memoria. Poche fermate della vesuviana hanno un alone di oscurità come quella di Santa Maria del Pozzo. In effetti, da tempo immemore Santa Maria del Pozzo rimane stabilmente nella parte alta delle classifiche, semiserie e non, delle stazioni vesuviane più inquietanti, con atmosfere degne del miglior Poe. Situata alla periferia della periferia, tra muri decadenti, stradine deserte e sottopassi oscuri, frequentemente in balìa dei vandali di turno o, ancora più spesso di drogati in cerca di un angolino tranquillo, essa rappresenta uno dei tanti esempi di quanto sia importante mantenere un certo livello di decoro della cosa pubblica e di quanto siano fondamentali un intervento e un controllo costanti dello Stato e dei suoi organi locali. Il significato di un bene pubblico, tra i quali rientrano una stazione, una strada o un parco urbano, infatti, non si esaurisce nella sua semplice destinazione d’uso, ma nel suo rappresentare un segno tangibile di un interesse attento dello Stato verso le esigenze della comunità e verso i limiti congeniti dei suddetti beni. Un bene pubblico, infatti, da un lato, influenza ed è a sua volta influenzato dal contesto in cui si trova (e qui ritroviamo la cara vecchia teoria della finestra rotta); dall’altro, è caratterizzato dalla cosiddetta non-escludibilità, cioè dal fatto che non è possibile escludere dalla sua fruizione coloro che, volontariamente o meno, non partecipano al suo costo. E proprio per questo, un bene pubblico è frequentemente soggetto al problema del free rider, cioè all’azione ora parassitaria, ora vandalica, di chi non contribuisce ai costi perché tanto non può esserne escluso e perché già c’è chi paga al suo posto. In altre parole, i beni pubblici possono diventare facile preda degli scrocconi. Si va dal non fare il biglietto (cosa vuoi che sia un biglietto? Tanto ci sarà sempre qualche pollo che lo paga) al non sparecchiare la tavola dopo pranzo (tanto c’è la mamma che pulisce per tutti e domani mangerò lo stesso) fino al non partecipare attivamente agli scioperi perché tanto ce ne sono altri cento a lottare al posto nostro. Purtroppo, però, spesso sfugge il fatto che se tutti si comportassero allo stesso modo, non ci sarebbero più servizi di cui usufruire: non avremmo più un treno efficiente, non avremmo la cena o saremmo ancora costretti a lavorare come muli per dodici ore al giorno (anche se manca poco al ritorno della schiavitù). Il bello è che proprio a causa della non escludibilità degli scrocconi, non ci sarà nessun privato razionale a realizzare tali opere pubbliche, dato che l’eventuale investitore non potrà appropriarsi in maniera esclusiva dei benefici del suo investimento. Chi altro potrebbe allora impegnarsi per la realizzazione di opere pubbliche? E perché proprio lo Stato? Perché esso è l’unica entità in grado di realizzare investimenti dai benefici a medio-lungo termine, anche ricorrendo all’indebitamento e a prescindere da un eventuale profitto a breve termine. inoltre, tali investimenti avrebbero anche l’effetto benefico di stimolare un mercato in piena deflazione e recessione, andando a rimpiazzare gli scarsi investimenti privati e a sostenere una domanda altrimenti debole. Tuttavia, il pensiero neoliberista dominante ha ben presto stigmatizzato il benché minimo intervento attivo dello Stato nell’economia di un Paese, con un pauroso taglio ai fondi destinati alla cura e allo sviluppo del patrimonio pubblico. Al Sud, poi, è tagliare è ancora più facile: essendo notoriamente dei lassisti, dei “mangiapane a tradimento”, è cosa buona e giusta abbondare con i tagli ai bilanci e con la sottrazione dei fondi europei. Oppure ha spinto fortemente per una privatizzazione da realizzarsi a tutti i costi, sulla base dell’assunto che le pure forze di mercato garantirebbero, per virtù naturali, il miglior risultato possibile. In realtà i tagli non hanno fatto altro che aggravare la situazione, perché le varie infrastrutture sono state lasciate a se stesse in mancanza di fondi, mentre le privatizzazioni spesso hanno portato ad inefficienze e a inique concentrazioni di ricchezza. Se poi aggiungiamo che molte opere si trovano in quartieri difficili, afflitti a loro volta da elevata povertà, disoccupazione ed illegalità, è estremamente probabile l’innesco di veri e propri circoli viziosi di degrado ed abbandono. Purtroppo i fenomeni sociali sono cumulativi, cioè tendono a rafforzarsi e a sedimentarsi in assenza di spinte correttive che, necessariamente, devono provenire dall’unica forza in grado di imporsi sulla perversa razionalità degli attori, ossia lo Stato. Ma dalle nostre parti lo Stato spesso non c’è, e se c’è non assiste perché impegnato a mangiare. E quindi fa rabbia, tanta rabbia, vedere il nostro patrimonio infrastrutturale abbandonato a se stesso e diventare spesso sinonimo di inquietudine e paura, di fatto consegnando i punti nevralgici del nostro stare insieme nelle mani di vandali e disperati di vario genere, e perdendo così il nostro diritto alla sicurezza e ad un viaggio senza paura.